Danza e società

Danza e potere: guerra tra poveri e curiosità sotto le macerie

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C’è un’ombra sottile che attraversa le sale danza italiane, un’ombra che non ha nulla a che fare con l’arte e l’abnegazione per apprendere una tecnica codificata finemente attraverso i secoli.

È quella strana, gelida sensazione di essere sempre sotto esame, a causa della propria posizione in una gerarchia invisibile ma ferrea, che ha poco a che fare con le competenze tecniche.

Il complimento ricevuto dal “Maestro” ha il valore di una reliquia sacra, elargita con il contagocce per non “viziare” l’allievo. In questo ecosistema, la competizione anziché diventare un sano stimolo, si trasforma in una nebbia fitta che avvolge ogni relazione.

Recentemente, ho vissuto un’esperienza che ha squarciato questa nebbia. Mi sono ritrovata in un festival internazionale di improvvisazione teatrale (il Colosseum Impro Festival), circondata da artisti di altissimo livello provenienti da Europa e Nordamerica. Ero lì per tenere un laboratorio di ricerca del movimento ad attori e veterani del settore.

Anziché trovare il solito muro di scetticismo e lo sguardo di chi aspetta che tu faccia un errore per ricordarti che sei “solo” una giovane docente, ho trovato taccuini aperti per prendere appunti, domande curiose e tanta umiltà.

Il momento che più mi resterà impresso è arrivato a fine festival: un insegnante nordamericano, con decenni di carriera alle spalle, si è avvicinato per chiedermi consiglio su come migliorare il suo vocabolario di movimento.

In quel momento, ho avuto l’ennesima conferma che il problema non è la danza in sé, che “ha bisogno di disciplina”, il problema è il modo in cui, in Italia, abbiamo confuso (o ci fa comodo confondere) l’autorevolezza con l’autoritarismo e la disciplina con la paura.

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Una questione culturale o di “ignoranza”?

Perché fuori dai nostri confini un veterano chiede consiglio a una giovane insegnante, mentre da noi ci si guarda tutti dall’alto verso il basso?

Mi sono ripromessa di approfondire studi sociologici come quelli di Geert Hofstede, che analizzano concetti come la “distanza dal potere” tra le diverse nazioni. È un’indagine che sento necessaria per dare un nome a quella sensazione di verticalità estrema che accettiamo come normale: l’idea che chi sta in alto sia intoccabile, che lo scambio possa avvenire solo dall’alto verso il basso e mai in senso orizzontale.

Nel mondo della danza italiana, questa chiusura si manifesta spesso nella figura dei “maestri intoccabili”, coloro che difendono diversi dogmi per proteggere il loro status.

In questo schema il pensiero critico, il dubbio o semplicemente la curiosità sono visti come pericolosi perché mettono in discussione la struttura precostituita.

Se un insegnante esperto chiedesse consiglio a un docente trentenne, sentirebbe di aver perso il suo valore.
In alcuni paesi esteri, invece, sembra dominare quella che gli psicologi chiamano Growth Mindset: l’idea che l’intelligenza e il talento siano muscoli che crescono solo attraverso il confronto costante, a prescindere dall’anagrafe o dal prestigio del proprio curriculum.

La violenza orizzontale e la trappola della scarsità

Se il rapporto con i vertici è complesso, quello tra pari è anche peggio a volte. Quante volte abbiamo visto “i preferiti” dei maestri agire come piccoli sceriffi in sala?

È quella che gli esperti di rapporti sociali chiamano violenza orizzontale. Poiché le risorse nel mondo dell’arte in Italia sono scarse — pochi contratti, pochi fondi, poca stabilità — si smette di collaborare per iniziare a sabotarsi.

Il successo di un collega viene vissuto come una sottrazione al proprio valore: se qualcuno prova a salire a galla usando strade non convenzionali secondo la massa, quest’ultima lo tira giù per non restare indietro.

Questa tossicità si nutre di critiche aspre mascherate da premura.
“Lo dico per il tuo bene” è la frase che solitamente precede un giudizio spietato sul corpo o sulla tecnica. È un modo per marcare il territorio e decidere chi è “degno” di appartenere all’élite.

Ma come dimostra la scienza l’eccellenza fiorisce solo dove c’è sicurezza psicologica. Senza la libertà di sbagliare senza essere umiliati, il corpo del danzatore si contrae per difesa, perdendo quella fluidità che solo la fiducia può regalare.

Spesso finiamo per competere ferocemente senza nemmeno sapere perché, spinti da un istinto di sopravvivenza che ci fa dimenticare l’obiettivo comune: far funzionare l’arte.

Collaborare per far fiorire l’arte

L’improvvisazione teatrale rappresenta, in questo senso, un esempio illuminante e un modello da rendere la regola anziché l’eccezione.
In questa disciplina, la collaborazione non è solo una questione etica o un gesto di gentilezza, ma una necessità tecnica imprescindibile. Se non sei in ascolto, se non “elevi” il tuo partner per portare avanti la scena, la storia non regge e la performance crolla. Il fallimento dell’altro è il tuo fallimento.

Nella danza accademica, invece, sopravvive l’illusione che si possa brillare da soli, mentre intorno il clima è gelido, ma è un’illusione che a lungo andare costerà cara.

Se applicassimo lo stesso modus operandi dell’improvvisazione a tutto il comparto artistico?
Se collaborassimo per far funzionare il sistema nel suo insieme, invece di scannarci per le briciole, creeremmo un valore molto più grande.

Invece, la scarsità di risorse ci spinge in un angolo, dove l’unica ambizione rimasta sembra quella di sopravvivere schiacciando il vicino di sbarra.

La ricerca della prossima dose di dopamina

Questa corsa alla sopravvivenza influenza pesantemente la creazione artistica.

Molti coreografi oggi ricercano il risultato immediato, l’effetto “wow” che strappa l’applauso ma non lascia traccia nell’anima: prese spettacolari, pirouette multiple, figure sensazionali studiate per stupire un pubblico sempre più distratto. Cercare il colpo d’occhio perché è più facile da gestire rispetto alla vulnerabilità del momento presente.

Le esperienze citate mi hanno ricordato che la vera profondità artistica nasce dall’ascolto. Quando smettiamo di cercare la cosa “giusta” per compiacere chi ci guarda, iniziamo a trovare la cosa “vera”.

In quel vuoto, in quell’incertezza del qui e ora, emerge l’originalità. Tuttavia, per abitare quel vuoto serve coraggio, lo stesso coraggio che manca a chi si nasconde dietro un dogma per non mostrare le proprie fragilità.

L’arte profonda non vuole stupire lo spettatore; vuole toccarlo, trasformarlo, parlargli di qualcosa per cui non riesce a trovare le parole.

Il successo oltre la sopravvivenza

Siamo a un bivio generazionale. Possiamo continuare a replicare schemi tossici, alimentando una danza basata sulla paura e sulla gerarchia militare, oppure possiamo scegliere di cambiare rotta.

Il vero successo non è ottenere un applauso schiacciando chi ci sta accanto, il successo è l’evoluzione, è la capacità di restare studenti anche quando si diventa maestri, è il piacere di elevare l’altro perché sappiamo che la sua luce non spegne la nostra, ma la riflette.

Il rigore non ha bisogno di cattiveria e la disciplina non ha bisogno di umiliazione. Come insegnanti e artisti, abbiamo il compito di trasformare la sala in uno spazio di ricerca e non in un’arena di combattimento. Dobbiamo avere l’audacia di chiedere “come hai fatto?” se pensiamo possa farci crescere, anche se l’interlocutore ha dieci anni di meno o il suo nome non è famoso nell’ambiente.

La danza è, prima di tutto, è un atto di libertà e non c’è libertà dove non c’è il coraggio di essere curiosi senza paura di perdere onori fittizzi.



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1 Comment

  • Flavia Radetti

    Sottoscrivo ogni virgola Sara, e mi piace ricordare che, già prima che esistesse l’approccio sociologico, esisteva un certo Socrate che basava la conoscenza sul riconoscimento della propria ignoranza. Per Socrate non si tratta di trasmettere verità ma di stimolare la ricerca, costruendo la conoscenza attraverso il dialogo e la messa in discussione di ciò che si presume di sapere. In pratica, nella filosofia antica c’è già tutto, ma lo abbiamo dimenticato. E si applica anche alla danza. Sarò pazza, ma per me è così. Vedere nel link quale era il metodo didattico del grande Aleksandr Ivanovič Puškin (1907-1970):
    https://www.factoryballet.com/it/blog/alexander-pushkin-un-maestro-leggendario

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