Danza e società

Sindrome di Stoccolma nel mondo della danza: perché si difende la sofferenza?

Danza e culto malsano della sofferenza

Recentemente ho condotto, senza volere, un piccolo esperimento sociale su TikTok. 

Ho pubblicato un video tecnico in cui parlavo dell’en dehors, spiegando perché forzarlo oltre i limiti anatomici sia dannoso per le articolazioni. Come esempio, citavo un video di una celebre étoile che, in un momento, probabilmente di stanchezza, mostrava un allineamento che andava oltre la linea mediana delle gambe e quindi potenzialmente dannoso.

Il video era stato ri-postato da una famosissima pagina a tema danza che esaltava la cosa come virtù anziché come azione rischiosa.

Nonostante avessi ribadito la mia stima per l’artista e avessi specificato che la critica era nei confronti della pagina, si è scatenato l’inferno. 

Non sono stata smentita con argomentazioni scientifiche, ma attaccata sul piano personale:
“Chi sei tu per parlare?”
“La danza è sofferenza, se non vuoi farti male cambia mestiere”.

Per non parlare dell’aspirante parrucchiere.

hating danza social

Questa reazione non riguarda me direttamente, ma rivela una ferita profonda nel mondo della danza, una resistenza quasi religiosa alla consapevolezza e salute corporea.

La trappola dei “sacrifici perduti”: il dolore come identità

Perché un consiglio sulla salute viene percepito come un insulto? 

Molti danzatori hanno costruito la propria intera carriera sul dogma del sacrificio estremo. Hanno pianto sulle punte, hanno forzato le articolazioni, e non solo, hanno ignorato il dolore per anni convinti che fosse l’unico prezzo da pagare per l’eccellenza.

Qualora qualcuno arrivasse e dicesse: “esiste una strada più sana, quel dolore non era necessario”, il cervello di chi ha sofferto entrerebbe in crisi. 

Accettare questa verità significherebbe ammettere che i propri infortuni cronici e i propri traumi non erano “medaglie al valore”, ma il risultato di un’educazione disfunzionale

È molto più rassicurante attaccare il messaggero – “sei solo invidiosa” – che affrontare il lutto di una sofferenza inutile. Il dolore, diventa un’identità: se non soffri, non sei un “vero” ballerino.

L’idealizzazione dell’essere umano che danza

Sui social vige un doppio standard affascinante. Se un’étoile commette un errore tecnico o mostra un gesto antifisiologico, il pubblico lo trasforma immediatamente in “scelta artistica” o fa finta di non vedere. Se un insegnante o un professionista del movimento analizza quel gesto per educare gli allievi, viene accusato di lesa maestà.

Dobbiamo smetterla di confondere la critica alla persona con l’analisi del gesto.
Un étoile è un essere umano, non una divinità. 

La biomeccanica non fa distinzioni di grado: un ginocchio forzato subisce danni sia che appartenga a un’allieva di periferia, sia che calchi il palco dell’Opéra. La danza non deve essere un culto della personalità, ma una disciplina basata sulla conoscenza. 

Se non possiamo analizzare il movimento per paura di “offendere” il rango di qualcuno, abbiamo smesso di essere educatori e siamo diventati fan.

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Il gaslighting pedagogico: “lo faccio per il tuo bene”

Questa aggressività digitale è solo lo specchio di ciò che accade da decenni nelle sale danza. Quante volte abbiamo sentito frasi come:
“Ti dico che fai schifo per non crearti illusioni”
“Ti umilio perché il mondo del lavoro è duro”?

Questo è gaslighting pedagogico. È l’uso della manipolazione per giustificare la propria incompetenza o la propria frustrazione. 

Criticare costruttivamente il gesto tecnico richiede studio: bisogna conoscere l’anatomia, il ritmo, come il cervello apprende nelle varie fasce d’età e molto altro.
Criticare la persona (come il commento sui miei capelli crespi o sull’aspetto fisico di un’allieva) è la scorciatoia di chi non ha strumenti tecnici. 

Dire “lo dico per il tuo bene” è la maschera che copre un abuso di potere. Un insegnante che distrugge l’autostima di un allievo non lo sta preparando al mondo del lavoro; lo sta solo rendendo un esecutore fragile e terrorizzato, che ogni volta che avrà difficoltà sul lavoro anziché ricordare dell’insegnante che lo sosteneva affrontando la situazione con resilienza, ricorderà dell’insegnante che lo umiliava e la sua autostima perderà un altro pezzo.

Il/la ballerino/a come oggetto o soggetto?

Nel mio lavoro di insegnante con la danza e il movimento scenico, vedo costantemente le macerie lasciate da questa educazione. Gli allievi arrivano in sala con i corpi “occupati” dal giudizio altrui. 

Quando chiedo di curare i dettagli di una posizione o banalmente di andare a tempo, vedo scattare negli allievi un’ansia da prestazione paralizzante. Non sentono la correzione come un suggerimento per ballare meglio, ma come un verdetto sul loro valore come esseri umani.

Abbiamo davvero trasformato il corpo del ballerino in un oggetto da plasmare a martellate per compiacere l’occhio del pubblico o dell’insegnante?
Abbiamo dimenticato che il ballerino deve essere il soggetto della sua danza?

Se il sistema nervoso è costantemente in modalità “attacco o fuga” a causa dello stress e dell’umiliazione, la creatività muore. La fluidità richiede fiducia mentre la rigidità è il riflesso della paura.

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Il pregiudizio della tradizione: “si è sempre fatto così”

L’argomento finale dei difensori del martirio è spesso:
“la danza è antifisiologica, si è sempre fatto così”.

È un’affermazione storicamente e scientificamente falsa. Se analizziamo i trattati di danza di cento o anche duecento anni fa, scopriamo che la ricerca della grazia era strettamente legata all’armonia e alla naturalezza.

Il paradosso è che queste persone usano la “tradizione” quando vogliono giustificare metodi usuranti o forzature estreme, ma la rinnegano (“eh, ma ora i tempi sono cambiati”) quando gli si dimostra che i grandi maestri del passato erano più attenti alla salute di noi. 

La danza non è nata per distruggere il corpo, ma per elevarlo. L’usura precoce non è un segno di dedizione, è un segno di cattiva tecnica.

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Conclusione: disintossicare corpo e mente 

Insegnare oggi significa compiere un atto sovversivo: restituire il corpo agli allievi.

Dobbiamo passare da una pedagogia del trauma a una pedagogia della consapevolezza. Questo non significa rendere la danza “facile” o meno rigorosa, al contrario, richiede molto più studio, molta più attenzione e molta più disciplina (quella vera, non quella basata sulle urla).

La prossima volta che ricevete una correzione, o che sentite l’impulso di insultare qualcuno che propone una visione diversa, chiedetevi: state difendendo l’arte della danza o state solo proteggendo le vostre ferite?

La consapevolezza non è una minaccia all’eccellenza, è l’unico modo per permettere al talento di fiorire senza spezzarsi.



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2 Comments

  • Flavia

    San Carlo Blasis, prega per noi! In effetti sono davvero incoerenti. Prima dicono “è la tradizione” e poi quando gli sbatti in faccia che la tradizione era tutt’ altro ti dicono “e ma oggi la tecnica è diversa”. Si mettessero d’accordo con se stessi.

    • Sara Maria Pellegrino

      Non si può “vincere” una discussione argomentando con chi usa tecniche che si basano sull’illogicità

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