Danza e società

Essere bravi non basta: se vuoi vivere di danza devi avere già i soldi

C’è una frase che circola nel mondo della danza come un mantra rassicurante:
“Se hai talento e lavori sodo, ce la farai”.

È un’idea romantica, bellissima, che nutre i sogni di migliaia di allievi nelle sale di tutta Italia. Ma oggi, da ballerina e insegnante che vive quotidianamente le dinamiche di questo settore, sento il bisogno di rompere questo incantesimo con una dose di nuda realtà.

La verità è che nel panorama culturale italiano attuale, essere bravi è solo la condizione minima di partenza. Per restare a galla senza affogare nella precarietà, serve qualcosa che non si impara alla sbarra: una base economica solida alle spalle.

Quando qualche tempo fa pubblicai un contenuto sui social intitolato: “Essere bravi non basta”… venni accusata di scoraggiare i giovani.

Qualcuno citò l’esistenza delle compagnie stabili di danza contemporanea come prova che vivere di sola danza è possibile per chiunque studi. Eppure, i dati parlano chiaro: in Italia, i corpi di ballo stabili negli Enti Lirico-Sinfonici sono ridotti all’osso, ne sono rimasti appena cinque in tutto il Paese.

Le restanti compagnie vivono di sovvenzioni pubbliche frammentate che spesso non garantiscono una continuità contrattuale dignitosa per dodici mesi l’anno. In questo contesto, il talento diventa un fattore secondario rispetto alla capacità di “resistere” economicamente.

Il privilegio della stabilità

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: poter lavorare nel mondo dell’arte oggi è diventato, in molti casi, un privilegio di classe.
I dati ISTAT e le indagini sul welfare dei lavoratori dello spettacolo dipingono un quadro impietoso: redditi medi che spesso oscillano sotto la soglia di povertà relativa e una pressione fiscale che, per chi opera in Partita IVA forfettaria, non sconta nulla.
Alla luce di ciò il sostegno delle famiglie d’origine non è più un aiuto extra, ma l’unico vero ammortizzatore sociale esistente.

Io stessa posso permettermi di insegnare e ballare con lucidità perché non ho l’ansia di essere sfrattata se un mese è “di magra”.
Avere una casa di proprietà o una famiglia che possa coprire una bolletta nei momenti di fermo non mi rende più brava degli altri, mi rende solo più libera.

Mi permette di rifiutare quei “contratti” da 50 euro a replica che sono un insulto alla nostra professionalità, ma che molti colleghi sono costretti ad accettare pur di sopravvivere.

Chi non ha questa rete di sicurezza spesso finisce per fare una scelta dolorosa ma necessaria: abbandonare la professione per cui ha studiato anni per rifugiarsi in un lavoro stabile, continuando a fare arte nel tempo libero.

Quindi studiare arte è inutile?

Sono quasi sicura che questa domanda abbia fatto capolino nella testa di chi mi sta leggendo.

Assolutamente no, studiare arte non è MAI inutile!
Pensiero critico, disciplina, abnegazione, dedizione, plasticità neuronale, creatività, libertà mentale, identità, spirito di gruppo, salute fisica (per quanto riguarda arti che coinvolgono il corpo) e mentale, sono solo alcuni dei benefici che comporta.

A prescindere se ne facciamo un lavoro o meno non è mai inutile o da abbandonare. In questo articolo si fanno considerazioni prettamente riguardo il mondo del lavoro e non se sia giusto o meno che chiunque studi arte diventi professionista nel campo (impossibile).

In un tessuto sociale sano è bene che ci sia equilibrio tra arte retribuita e arte fatta solo per passione/hobby, equilibrio che sta venendo a mancare.

Verso il neo-feudalesimo culturale

Ma se permettiamo che l’arte sia accessibile solo a chi ha le spalle coperte, stiamo creando a tutti gli effetti un “neofeudalesimo culturale”.

Se solo i ricchi o i protetti possono permettersi di studiare ad alti livelli e di attendere l’occasione giusta, l’arte smette di essere la voce della società per diventare il monologo di un’unica classe.
L’arte perderebbe la sua funzione critica, la sua capacità di essere ribelle e di raccontare, anche, le periferie del mondo, perché chi vive in quelle periferie non ha il tempo né i soldi per dedicarsi a essa professionalmente.

Molti sostengono che l’arte debba stare fuori dalle logiche del capitalismo.
È un pensiero nobile, ma nasconde un’insidia: produrre arte richiede tempo e il tempo ha un costo. Se l’arte non viene pagata dignitosamente dal mercato o dallo Stato, diventa automaticamente uno “sfizio” per chi può permetterselo.

Si finisce così per creare una spaccatura: da una parte un’arte professionale “di elite”, spesso chiusa in logiche settarie dove si entra per conoscenze e networking esclusivo; dall’altra un’arte libera e autentica, ma prodotta nel dopolavoro, che rischia di perdere la maestria tecnica che solo la dedizione, quasi, totale può dare.

Tra Stato e mercato: la ricerca di una terza via

Nel corso della mia carriera, si è ripetuto uno schema interessante.
Spesso ho trovato molta più dignità economica e libertà ballando per eventi privati di persone benestanti che non all’interno di circuiti istituzionali o compagnie sovvenzionate.

Nel privato, la transazione è chiara: offro qualcosa e se piace vengo ingaggiata e pagata prontamente il prezzo che io decido. Nelle compagnie, invece, spesso si accetta lo sfruttamento in nome del “prestigio”, alimentando un sistema in cui pochi eletti decidono chi merita di stare sul palco in base a criteri non sempre trasparenti.

Certo, se ci affidassimo solo ai ricchi mecenati torneremmo indietro di secoli, trasformando l’artista in un ornamento di lusso.
D’altro canto, affidarsi solo allo Stato comporta il rischio di una politicizzazione della cultura, dove le sovvenzioni seguono il vento dei governi di turno.

In Italia, a differenza di altri Paesi, dove esiste l’indennità di intermittenza che protegge gli artisti nei periodi di pausa, siamo ancora lontani da una soluzione che garantisca una reale democrazia del talento.

Conclusione: un atto di onestà

Insegnare oggi danza a livello professionale significa anche preparare gli allievi a questa realtà. Non possiamo continuare a vendere sogni senza spiegare come si pagano le bollette.

Affermare che “essere bravi non basta” non è un atto di disfattismo, ma una denuncia politica necessaria. È un invito a lottare per un sistema dove il reddito dell’artista sia tutelato, affinché la danza non torni a essere solo un passatempo per nobili, ma rimanga un mestiere possibile per chiunque abbia talento, a prescindere dal proprio estratto conto.

Finché questo cambiamento non avverrà, noi che abbiamo la fortuna di avere una base sicura abbiamo il dovere morale di usare questa nostra libertà per dire la verità, per fare rete e per pretendere che il lavoro culturale venga riconosciuto per quello che è: un pilastro della società che merita rispetto, tutele e, soprattutto, una paga che permetta di vivere con dignità.

Solo così l’arte potrà tornare a essere libera, critica e, finalmente, di tutti.

Fonti

Infografiche Istat 2025
Indagine Danza Error System sui corpi di ballo delle Fondazioni Lirico Sinfoniche
Indagine Arti Brune su lavoro artistico e salute mentale



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6 Comments

  • Sara Maria Pellegrino
    Flavia

    Dubito che qualsiasi maestro di danza avrà mai il coraggio di dire la triste verità 🙄

    • Sara Maria Pellegrino
      Sara Maria Pellegrino

      Beh, io sono una maestra di danza 😜

  • Sara Maria Pellegrino
    Fabrizio Laurentaci

    Bene, visto che Flavia dubita (e, per carità, dubitare è sacro), toglierò il dubbio. Insegno danza da 37 anni, ho conseguito il Diploma accademico di II Livello in Composizione coreografica presso l’Accademia Nazionale di Danza e una laurea magistrale in Arti e scienze dello Spettacolo presso l’università La Sapienza di Roma. L’articolo di Sara è ben scritto, e mi colpisce per il garbo, pur nell’essere diretta e onesta nel raccontare una realtà che io stesso ho vissuto e continuo a vivere sulla mia pelle. Non c’è acredine, ma solo cronaca e verità. Complimenti Sara

    • Sara Maria Pellegrino
      Sara Maria Pellegrino

      Ciao Fabrizio, grazie del commento e benvenuto sul blog!

  • Sara Maria Pellegrino
    Pietro Leonardi

    Posso aggiungere che tutto questo meccanismo e demoralizzante verità purtroppo si applica anche a molti altri campi artistici, non solo quello della danza. Con sfumature diverse magari ma purtroppo per adeguarsi ad un meccanismo che ormai è praticamente lo stesso ovunque anche il mondo della recitazione ad esempio è così.
    E non è solo nei lavori dove si sta su un palco o davanti ad una telecamera, anche altri campi più tecnici ma comunque artistici cadono negli stessi problemi, come ad esempio la grafica 3D.
    Parlo di questi due campi nello specifico poiché è ciò di cui posso parlare per esperienza personale, formativa e professionale.

    Le istituzioni, le scuole non aiutano minimamente gli artisti a trovare e mentanere un vero lavoro nell’ambito e spesso hanno grosse lacune nell’insegnamento di cose che possono davvero fare la differenza… come ad esempio la vendita. Purtroppo necessaria per OGNI lavoro artistico e non.
    Uscito da un’accademia poi l’artista si ritrova alla mercè di un sistema soffocante… non si ha il tempo di coltivare le tecniche o anche solo di realizzare qualcosa di bello per mostrare che magari una possibilità la si merita anche. La giungla moderna urbana costringe l’artista a piegarsi, a mettere da parte sogni e bisogni anche solo per mangiare o respirare.
    Non c’è bisogno che descriva la situazione attuale dei lavori “comuni”.

    E se mai, FORSE, dopo non sacrifici, ma enormi sofferenze e per pura fortuna di essere stati nel posto giusto al momento giusto ed essere andati a genio alla persona giusta poi si comincia a lavoricchiare nell’ambito ci si accorge che di artistico ci rimane veramente poco. E ciò che è richiesto è tutt’altro che espressione.

    Inoltre il divario tra gli artisti che hanno le spalle coperte anche un minimo e tra chi purtroppo deve rinunciare a tutto per poter sopravvivere un altro giorno da incubo perché la sua libertà espressiva gli viene soffocata con violenza crea astio, gelosie e rancori. Portando a dinamiche di “cannibalismo tra poveri” quando alla fine bene o male stiamo tutti dalla stessa parte.

    Per citare una buona opera videoludica: “il gioco era truccato dall’inizio”

    Vorrei poter puntare il dito e indicare dei “cattivi” ma anche chi sta sopra, chi gestisce scuole o casting ecc per essere li ha dovuto consacrare le buone intenzioni che magari poteva avere all’inizio e a sua volta è soggiogato da questo sistema.

    Personalmente, almeno per il momento, riesco a trovare sollievo e un senso nell’arte solo per i progetti personali a fondo perduto dove chissà se mai tornerà qualcosa in cambio.. ma almeno così non mi spengo come cenere essiccata e portata via dal vento e in qualche modo brucio ancora.

    • Sara Maria Pellegrino
      Sara Maria Pellegrino

      Grazie per il commento! Parlo della danza perché questo spazio è dedicato alla danza, a ballerini professionisti e amatoriali e agli insegnanti, ma ahimè hai ragione su tutto. Ho scritto anche un articolo sulla “Guerra tra poveri” di cui parli e penso che il primo passo per cambiare le regole del gioco sia smettere questa guerra orizzontale.

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