Danza e società

Siamo artisti o algoritmi? Danzare fuori dal Truman Show del social-marketing

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Nel mondo dei social, sembra che tutto abbia un prezzo e una scadenza. Se apriamo Instagram, non vediamo più persone, ma narrazioni studiate. Non vediamo più passioni, ma “strategie di posizionamento”. Siamo diventati tutti i Truman Show di noi stessi, pronti a vendere non solo un prodotto, ma l’illusione di una vita ideale, senza macchie, con la pancia piatta e senza dubbi.

Ma se siamo artisti, insegnanti o semplicemente persone che cercano di restare umane, dobbiamo sapere che questa narrazione è una trappola. Oggi voglio svelarvi perché il marketing moderno ci sta facendo ammalare e come la danza e l’arte, quelle vere, possono essere il nostro antidoto.

La trappola dei bisogni “finti” e la patologizzazione della normalità

Oggi il marketing non risolve più i nostri problemi: li crea. Vediamo personal trainer che definiscono “malattia” un normale gonfiore post-prandiale (spoiler: probabilmente devono solo fare la cacca) e guru che cercano di convincerci che se la nostra casa non sembra un catalogo minimalista, la nostra mente è nel caos.

Hanno trasformato la nostra vita quotidiana in una serie di sintomi da curare, ma perché? Perché quando ci sentiamo “nel posto giusto” non compriamo corsi e prodotti miracolosi.
Ci vendono la speranza di una condizione migliore, ma è una speranza a debito: ci dicono che siamo a un passo dalla felicità, ma quel passo richiede sempre un nuovo acquisto, un nuovo sforzo, un nuovo task.

danza influencer social marketing

Il “se vuoi puoi” e la colpevolizzazione a discapito del contesto

Leggiamo frasi che rimbalzano ovunque:
“Abbiamo tutti 24 ore”
“Se vuoi puoi!”.
Se da un lato hanno un fondo di logica e verità, dall’altro sono alcune delle bugie più tossiche della nostra epoca. Questa retorica ci iper-responsabilizza, ignorando completamente il nostro punto di partenza.

Insegnando danza, lo vedo ogni giorno: la nostra forza di volontà è un moltiplicatore immenso, superiore al talento naturale, ma non possiamo negare che il contesto (economico, geografico, familiare) conti. 

Se un allievo lascia il nostro corso o se un nostro progetto non decolla subito, la cultura del “è tutto nelle tue mani” ci spinge a chiederci: “Dove ho sbagliato?”.

A volte, la risposta è: da nessuna parte.
Stiamo vivendo un cambiamento sociale profondo, una stanchezza collettiva che non può essere risolta con un post più accattivante o un’ora di palestra in più.

Non siamo macchine: non ci basta inserire i dati corretti per ottenere il successo.

L’anatomia del vuoto: perché saturare le nostre 24 h ci distrugge

Come insegnante di danza ho studiato e studio anatomia e c’è una verità affascinante che dovremmo applicare alla nostra esistenza: il vuoto è funzionale.

Le nostre ossa hanno zone vuote. Se fossero piene e solide al 100%, si sbriciolerebbero al nostro primo saltello. Il vuoto serve ad assorbire gli urti, a disperdere l’energia, a permettere il movimento. Eppure, nel lavoro e sui social, cerchiamo di saturare ogni istante. Riempiamo le giornate di task, i profili di contenuti, le menti di obiettivi.

Senza vuoto, non c’è danza. Senza pause, non c’è ritmo. Se saturiamo tutto, diventiamo rigidi e ciò che è rigido, sotto pressione, si spezza.

anatomia ossa danza
Fonte: microlearning.altervista.org

L’arte come resistenza e non come business

Ho provato sulla mia pelle cosa significa trasformare la propria passione in un lavoro a pieno ritmo. Ho raggiunto risultati, ho seminato con costanza, ma ci sono stati momenti in cui mi sono sentita comunque frustrata e poco serena. Perché?
Perché per creare, che sia una coreografia, un testo o una lezione, serve il silenzio. Ci serve il tempo “inutile”.

Oggi sembra “da sfigati” avere un hobby che non sia monetizzabile. Ma l’arte ha come scopo finale una funzione opposta al marketing:

  • Il marketing ci fa sentire una mancanza per venderci qualcosa.
  • L’arte ci riconosce. Non ci dice: “Sii come me”, ma ci dice: “Ti vedo, la tua confusione è anche la nostra”.

Dobbiamo tornare a studiare sceneggiatura, danza o pittura non perché “serve” per il brand, ma perché ci nutre.

Nb: con tutto ciò non voglio sminuire l’arte come lavoro o dire che gli artisti debbano lavorare per passione senza essere pagati, assolutamente no! Contestualizzate il discorso per favore.

Si parla del “vendere” che è sta andando oltre, fino a “svendere” l’anima.

danza lago dei cigni

Una spiritualità funzionale

Molti usano la filosofia orientale come un “trucco” per venderci qualcosa:
“Manifestate la vostra realtà”
“L’universo vi ascolta”
Ma alla fine è solo un modo per gonfiare l’ego mascherandolo da illuminazione.

La verità è più complessa e inizia dal fatto che siamo parte di una società. L’ego ci serve, è anche lo strumento che ci fa salire sul palco e ci permette di mettere i confini come professionisti, ma deve essere un ego funzionale, non un tiranno che ci convince di essere gli unici responsabili di ogni evento del cosmo.

Accettare che un allievo se ne vada non è un fallimento del nostro marketing, ma un atto di fiducia verso il vuoto: quello spazio che si libera è necessario affinché qualcos’altro possa arrivare a noi, o semplicemente affinché la nostra struttura possa respirare.

danza meditazione spiritualità

Conclusione: sbattersi di meno, ascoltare di più

La nostra crescita non è una linea retta che sale verso l’alto grazie a 5 step miracolosi. È un percorso arzigogolato fatto di momenti in cui dobbiamo “sbatterci” di meno e affidarci al flow.

Dobbiamo rivendicare il diritto alla curiosità senza aspettative, alla pancia gonfia dopo un pasto felice e alla casa disordinata dopo una giornata di prove. 

Non siamo macchine altamente sofisticate che l’intelligenza artificiale sostituirà. Siamo esseri umani, e la nostra forza risiede proprio in quegli spazi vuoti dove la nostra anima può ancora danzare senza dover “vendere” nulla a nessuno.



3 Comments

  • Flavia

    Mi è piaciuta particolarmente l’ osservazione sullo svilimento delle filosofie orientali. Anche quello è un business vergognoso. Concordo in pieno su tutto (quanto odio il “se vuoi puoi”! Quando è per il 90% una questione di circostanze).

  • Flavia

    Qui avevo postato un commento molto tempo fa ma non è passato credo perché avevo dato una mail diversa dal solito. È atroce il “se vuoi puoi”. Colpevolizza l’ individuo in maniera estrema. Tra l’altro vorrei capire perché ci sono grandi attori che dicono “sono stato fortunato” mentre questa frase non la sentirai mai nell’ ambiente di cui stiamo parlando. Eppure secondo Machiavelli la fortuna è arbitra per il 50% . Dopo più di 500 anni ancora non lo abbiamo capito.

    • Sara Maria Pellegrino

      Ciao Flavia, può darsi sia stato catalogato per sbaglio come spam. Comunque sì, questa narrazione fa solo sentire più incapaci persone che magari hanno grandi capacità latenti. Esiste la programmazione, così come il caos o la fortuna e non c’è niente di male ad ammetterlo… Il problema è che poi non venderebbero i loro corsi da guru 😆

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