Balletti, musical e repertorio

Non capisci le coreografie di danza contemporanea? Leggi qui

Non capire la danza contemporanea

Siamo sinceri: è capitato a tutti.

Ti siedi in poltrona, si spengono le luci, inizia la musica (oppure un silenzio interminabile spezzato da rantoli e versi strani), poi sul palco i danzatori iniziano a rotolare, contrarsi, guardare il vuoto, rincorrersi senza un apparente motivo. Passano dieci minuti. Poi venti. Tu guardi il programma di sala, leggi frasi del tipo “Esplorazione sulla decontestualizzazione dell’essere” e l’unica cosa che riesci a pensare è: “ma cosa diamine sto guardando?”

E subito dopo scatta il senso di colpa: “forse sono io che non capisco niente. Forse sono ignorante.”

Non sono qui per istruirti sulla danza contemporanea e farti sentire più colto, ma nemmeno per dirti che ciò che vedi è sempre senza senso e non devi mai mettere in discussione il perché ti annoi.

Sono qui per analizzare la mancanza di comunicazione tra coreografi e pubblico. Comprendere perché accade ciò che ho descritto ironicamente cambia completamente il modo in cui guardiamo uno spettacolo e, soprattutto, il modo in cui lo creiamo.

Il nostro cervello è affamato di storie (e ha le sue buone ragioni)

Fin dalla notte dei tempi la nostra specie si è riunita attorno al fuoco per raccontare miti, leggende e storie che parlavano al cuore di tutti noi.
Tra déi, demoni ed esseri umani protagonisti di straordinari avventure, la mente umana ha sempre tratto enorme soddisfazione e serenità nel dare un senso al caos e l’immensità della vita. Uno dei suoi metodi preferiti è, appunto, inventare storie.

Quando guardiamo un balletto di repertorio come Lo Schiaccianoci o un film che ci piace, il nostro cervello si rilassa e si emoziona facilmente. Perché? Perché riconosce una mappa universale: la struttura del Viaggio dell’Eroe teorizzata da Joseph Campbell sulla scia degli studi Carl Gustav Jung.

Questa struttura ha radici nella psicologia analitica e su come funziona l’inconscio… È il modo in cui la psiche di tutti noi impara, fa esperienza e attraversa i problemi nella vita reale.
Vedere un personaggio che affronta una prova, cade e si rialza genera nello spettatore una catarsi, ossia una liberazione emotiva profonda. Il viaggio dell’eroe viene riconosciuto da tutti perché risuona con il nostro inconscio collettivo.

Ma se la storia “strutturata” funziona così bene, perché esiste l’astrattismo, il cinema d’avanguardia o la “danza contemporanea strana”?

Astrattismo, inconscio e rischio “effetto minestrone”

Le coreografie di ricerca, di avanguardia o i pezzi di puro stile dove non c’è una trama (pensa a Who Cares? di Balanchine o alla danza contemporanea d’esplorazione) non sono “sbagliate”. Lavorano semplicemente su un canale diverso.

  • Il viaggio dell’eroe parla alla nostra mente cosciente
  • L’arte astratta parla all’inconscio come fa un sogno notturno.

Nei sogni non c’è una trama in tre atti con un inizio e una fine logica: ci sono sensazioni viscerali, immagini improvvise, salti di temporali ed energia pura.
L’errore da parte dello spettatore nasce quando entra in teatro pretendendo di decodificare la trama di un pezzo che non ha mai avuto l’intenzione di raccontarne una.

Ma molto spesso il corto circuito non parte dal pubblico, ma da chi crea la coreografia.

Molti autori in erba (o ahimé anche affermati) finiscono per creare quello che chiamo “effetto minestrone”: mettono insieme un po’ di tecnica, un gesto drammatico a caso, un po’ di floorwork e due sequenze d’improvvisazione senza una chiara intenzione. Non si capisce se vogliano raccontare una storia, esplorare un concetto, creare un’atmosfera o semplicemente non hanno le conoscenze per creare una buona struttura drammaturgica.
E quando chi è sul palco non sa esattamente cosa sta usando, chi siede in platea ha la giusta sensazione di vedere cose senza senso.

Di chi è la colpa quando non capiamo?

Caso A: a teatro con i professionisti

Se sei a uno spettacolo di danza contemporanea in un teatro e ti stai annoiando a morte, la causa può essere di tre tipi:

  1. sei uno spettatore ineducato: ti ostini a cercare una storia in un pezzo che è chiaramente solo “atmosfera” o ricerca sensoriale. Oppure hai la soglia di attenzione di un pesce rosso;
  2. coreografo autoreferenziale: il lavoro in scena è puramente intellettualoide o privo di “ancore”, pensato più per compiacere l’autore che per costruire un ponte verso il pubblico;
  3. mancanza di dialogo: in questo caso la causa è da entrambe le parti perché manca una grammatica comune tra l’artista e lo spettatore e nessuno dei due fa il passo per venire incontro all’altro.

Caso B: al saggio della scuola

Il discorso cambia un po’ se ci spostiamo nel contesto di una scuola di danza.

Immagina un saggio di fine anno. In platea ci sono mamme, papà, nonni e amici. Il cervello di quel pubblico si trova in uno stato ben preciso: stanno cercando il proprio figlio sul palco, vogliono fare il video con lo smartphone, vogliono vederlo felice, valutare i suoi progressi e dire a tutti quanto sia bravo.

Se in quel preciso contesto metti in scena un pezzo concettuale, introspettivo e astratto di 8 minuti su una musica stridente, può anche avere il significato più bello del mondo con una ricerca drammaturgica perfetta, ma l’inconscio del pubblico resterà a dormire beato.

Si crea, nella maggior parte dei casi, una dissonanza basata sul contesto. Il pubblico può essere anche colto ma resterà indifferente perché era sintonizzato su un’altra frequenza emotiva.

La consapevolezza di chi insegna e crea

La danza non deve essere un esercizio di stile per pochi intimi, ma a mio parere un canale di comunicazione flessibile e ricettivo. Possiamo parlare a noi stessi mentre facciamo ricerca e non c’è nulla di male, anzi! È un passaggio fondamentale per creare coreografie che abbiano spessore e profondità.

Ma una volta fatto questo passaggio, credo non ci sia niente di più bello che comunicare qualcosa che anche il pubblico sente l’urgenza di esprimere.

Chiedetevi onestamente: le opere (balletti, musical, film, libri, canzoni) che vi sono rimaste più nel cuore parlavano di voi/a voi o di quanto fosse bravo l’autore?

Come insegnanti e coreografi, abbiamo il dovere di conoscere i nostri strumenti per poter scegliere liberamente:

  • Voglio raccontare una storia avvincente?
  • Voglio trasmettere un’energia pura o un “mood”?
  • Voglio fare ricerca e sperimentazione?

Quando chi crea domina il proprio linguaggio e conosce la mente umana e, quindi, quella del pubblico, la danza torna a fare quello per cui è nata: farci sentire visceralmente vivi.

Ti ritrovi in queste considerazioni e vuoi andare oltre?

Sto preparando a fuoco lento la seconda edizione di “Step Zero”, il percorso di approfondimento per insegnanti, che prevede una parte anche su improvvisazione, interpretazione e struttura coreografica.

Non ho fretta di lanciarlo: voglio che sia uno strumento davvero di qualità per chi insegna, quindi uscirà solo quando sarà al suo meglio (probabilmente verso l’inverno).
Se vuoi seguire il processo creativo, ricevere i miei approfondimenti e sapere in anteprima quando apriranno i posti, lascia la tua mail qui per iscriverti alla lista d’attesa.

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