Vi è mai capitato di guardare una coreografia, captare perfettamente ogni singolo passaggio con la mente e poi, non appena provate a muovervi, realizzare che invece non avete capito nulla? Oppure di tornare a casa frustrati perché “le altre persone hanno capito subito e io no.”?
Nel mondo della danza e dello spettacolo esiste una regola non detta ma che tutti conoscono: chi impara più velocemente, è considerato nella maggior parte dei casi, il più dotato. Sarebbe bene però guardare un attimo oltre il nostro naso…
Siamo immersi in una cultura che premia la reattività immediata e questo risale a molto prima della dopamina facile da scrolling sui social: durante un casting si è sempre preferito chi apprende più velocemente perché permetterà ai coreografi di lavorare a loro volta celermente anziché preoccuparsi del fatto che il danzatore deva assimilare il loro stile.
Tutto ciò è logico e lineare: se si deve mettere in piedi uno spettacolo si assumono le persone più idonee allo stile di quello spettacolo e su questo non ci piove.
Il problema sorge quando si applica questo schema principalmente in altre due situazioni.

1. In ambito didattico.
L’ambiente didattico è diverso da quello professionale. Mentre impara, l’allievo, di qualunque età o livello esso sia, deve sentirsi libero di sbagliare, sperimentare e prendersi il tempo per assimilare nuovi stili e schemi motori. Questo lo renderà più sicuro di sé e “veloce” anche in ambito professionale, molto di più rispetto a un ambiente che lo costringe ad essere rapidissimo nel ripetere i passi mostrati dall’insegnante a scapito dell’apprendimento.
“Sì, ma è dovere dell’insegnante preparare gli allievi a come sarà il mondo là fuori”. Preparare al mondo fuori non significa saltare le tappe; a un neonato non dai la pasta al forno anziché il latte materno perché il suo stomaco deve abituarsi.
2. Quando si fa di tutta l’erba un fascio.
Se un danzatore, anche in ambito professionale, si confronta con qualcosa che non è nelle sue corde o in cui è lento, si da per scontato che sia mediocre in tutto ciò che fa e ci si fa una sua idea a priori.
Tutta questa premessa ci porta alla psicologia dell’apprendimento di cui voglio parlare oggi e che mi ha aiutato a fare chiarezza su molte situazioni vissute, a essere meno dura con me stessa e soprattutto a imparare nuove cose più serenamente.

Gli stili di apprendimento
Ognuno di noi ha uno stile di apprendimento unico. In alcune scuole già si fa affidamento alla distinzione tra allievi visivi (imparano principalmente guardando), uditivi (imparano ascoltando), tattili (imparano attraverso stimoli tattili) o cinestesici (imparano attraverso le sensazioni legate al movimento), stili di apprendimento di cui si è parlato molto negli ultimi anni e che descrivono molto bene quali stimoli esterni ci servono per imparare cose nuove.
Comprendere questa classificazione è già molto utile ma bisogna sapere che esistono altri stili cognitivi di apprendimento che spiegano i meccanismi che avvengono all’interno e se saputi usare bene possono velocizzare il processo. Questi sono: impulsivo o riflessivo, globale o analitico, convergente o divergente.
Stile impulsivo VS riflessivo
L’allievo impulsivo è colui che si butta a razzo non appena l’insegnante mostra il passo, non ha paura di sbagliare, usa l’errore fisico come feedback immediato e ripete il movimento all’infinito. Sono quelli guardati meglio da chi è stato plasmato dal mondo dei casting commerciali, dove il tempo è denaro.
Poi ci sono gli allievi riflessivi (di cui faccio parte anche io). In questo caso, il nostro cervello ha bisogno di elaborare l’informazione prima di trasformarla in azione. Imitare e basta (metodo comunque valido in una fase iniziale) ci crea immensa confusione, dobbiamo capire come, quando e perché funziona una cosa. Questo crea l’illusione di essere “più lenti”, ma è solo un modo diverso di apprendere.
Il problema è che a un certo punto la mente inizierà a capire, ma il corpo ha comunque i suoi tempi di adeguamento. Ed ecco che ci troviamo nella situazione descritta a inizio articolo: “credevo di aver capito ma appena parte la musica non ne azzecco una”, che rischia di farci cadere in una spirale di frustrazione.

Stile analitico VS globale
A questa mappa si aggiunge un’altra distinzione cruciale: la differenza tra l’apprendimento globale e quello analitico. Ci sono ballerini squisitamente analitici, che hanno bisogno di scomporre la coreografia in piccoli mattoni. Vogliono sapere esattamente dove va il mignolo della mano e pretendono che ogni passo sia immediatamente pulito.
Altri di noi, invece, sono globali: hanno bisogno di avere chiaro il quadro generale, il “mood” e prendere confidenza con la musica prima di poter digerire i singoli dettagli tecnici. Una volta poi compreso il progetto, non ci accontentiamo di una finitura approssimativa ed entriamo in modalità riflessiva per curare ogni millimetro; per noi, la fretta è il peggior nemico in assoluto.
Stile convergente VS divergente
Infine, c’è un’altra sfaccettatura fondamentale: la differenza tra chi ha uno stile convergente e chi uno divergente.
Per chi ha un approccio convergente, la mente funziona in modo logico e sequenziale. Davanti a una combinazione, l’obiettivo è incanalare tutti i dati per trovare l’unica esecuzione esatta, pulita e perfetta del passo. I convergenti sono imbattibili quando c’è da risolvere un problema tecnico o applicare con rigore le regole della tecnica tersicorea. Questo stile ha bisogno di estrema precisione, che trova con una strada ben delineata davanti a sé.
Per i divergenti, invece, il motore è l’immaginazione. Davanti a una sequenza o a un’intenzione coreografica, la mente non cerca un unico binario, ma esplode in mille direzioni diverse: genera sfumature, variazioni di dinamica, colori emotivi e idee interpretative originali. Solitamente brillano nell’improvvisazione e nella ricerca espressiva.

Nessuno degli stili descritti è “migliore” dell’altro: una crescita solida avviene quando impariamo a integrarli e a capire in quali situazioni entrano in gioco.
Il potere terapeutico della pausa
Ho capito, con l’esperienza da insegnante e danzatrice, che quando si ha uno stile riflessivo e globale e ci si trova in una situazione in cui è difficile imparare, la soluzione non è forzare il corpo ad accelerare, ma fare l’esatto opposto: rallentare la mente e concedersi il lusso della pausa.
Il sistema neuromuscolare non fissa il movimento mentre lo sta eseguendo allo stremo delle forze, ma nei minuti di recupero subito dopo.
Fermarsi un attimo e magari ripetere i movimenti nella testa e poi lentamente con il corpo riduce il carico cognitivo. Continuare a ripetere una sequenza quando si è stanchi o confusi serve solo a memorizzare l’errore e la tensione fisica. Per questo, se siete allievi riflessivi ad esempio, il miglior modo per ottenere pulizia del movimento è fermarsi un attimo.
La ricchezza del vocabolario
Questi processi diventano ancora più evidenti quando si decide di studiare altre discipline. Nel mondo della danza, soprattutto in quella classica, resiste il mito conservatore secondo cui studiare stili diversi possa “sporcare” la linea. Non c’è errore più grande.
Il floorwork della danza contemporanea, la gestione del peso della contact improvisation, la coordinazione delle arti marziali, non cancellerà gli schemi motori precedenti, ma li arricchirà.
Sfidare il corpo su piani diversi stimola profondamente il sistema vestibolare, quello legato all’equilibrio e crea nuove connessioni neuromuscolari legate alla coordinazione. Paradossalmente, proprio il lavoro a terra o lo studio delle leve fisiche diverse con un partner possono rendervi molto più stabili e sicuri quando tornerete alla vostra disciplina.

Un messaggio per genitori, insegnanti e ballerini
Se siete genitori di giovani ballerini che soffrono perché si sentono più lenti dei compagni, aiutateli a capire che non significa che valgano meno degli altri ma che hanno un modo di apprendere diverso e stanno costruendo le fondamenta. Non esiste uno stile di apprendimento migliore di un altro, esiste quello che fa per ognuno di noi.
L’ideale sarebbe avere insegnanti che inquadrino lo stile di apprendimento degli allievi per tirare fuori il meglio da loro e, successivamente, stimolarli a sviluppare quelli più latenti anche in vista di un futuro professionale.
L’importante è creare classi in cui l’errore è visto come un dato tecnico da analizzare e non come un fallimento emotivo, senza la tirannia della velocità, in modo che tutti possano emergere equamente.
E infine, se siete danzatori accettate di essere principianti ogni volta che sperimentate qualcosa di nuovo. La danza non è una gara a chi arriva prima alla fine della coreografia, ma l’arte di abitare il movimento con consapevolezza. Rallentate la mente, ascoltate il corpo e datevi il tempo necessario senza giudizio.


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